Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/41

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TERZO IIg3 ,]no delFAretino ad Ortensio, ili una delle uua!i gli manda un sonetto da premettersi alla Raccolta delle Lettere d’ illustri Donne, nell altra loda un'opera di Ortensio, cioè, come sembra, la Sferza degli Scrittori, la qual dice che avrebbe dovuto intitolarsi il Fulmine de’ Poeti (Aret Lett l. 5, p. 60, 307). E veramente erano questi due uomini degnissimi di lodarsi l’ un l altro, e di abitare insieme nello spedale de’ pazzi, di cui non v’ era per essi il più conveniente alloggio. Se non clic nelTuguaglianza della pazzia, l’Aretino fu assai più reo, e anche assai men dotto del Landi, il qual finalmente non fu scrittor nè osceno, nè apertamente empio, ed ebbe molte pregevoli cognizioni, e sarebbe forse divenuto un eccellente scrittore, se non fosse stato un pazzo. E ch’ egli il fosse, oltre ciò che ne abbiam detto, si conosce al sol leggere la maniera con cui egli parla di se medesimo: Ho cercato a miei giorni, dic egli di sè (Cataloghi, p. 18), molti paesi sì nel Levante, come anche nel Ponente, ne mi è occorso vedere il più difforme di costui: non vi è parte alcuna del.corpo suo, che imperfettamente formata non sia: egli è sordo, benchè sia più ricco di orecchie che un asino, e mezzo losco; piccolo di statura, ha le labbra d'Etiopo, il naso schiacciato, le mani sorte; et è di colore di cenere; oltre che porta sempre Saturno nella fronte. E altrove alla descrizione del volto aggiugne quella ancor de’ costumi: Egli in prima è di statura piccola anzi che grande, di barba nera, et affumicata, di volto pallido, tisicuccio Tiraboschi, Voi. XII. 3