Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VIII, parte 2, Classici italiani, 1824, XV.djvu/248

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772 LIBRO vili. Vili. Le fatiche di questi illustri Accademici, aeii^rc degli altri scrittori da noi nominati, pareva lecói’ ’|Ut5l° C^,e dovessero render comune in Italia l’eleganza dello scrivere. E nondimeno, se se ne traggono i Toscani e alcuni altri in assai scarso numero, non fu mai così trascurata la nostra lingua, come in quel secolo. Appena si può ora soffrir la lettura della maggior parte de’ libri che allora vennero a luce; così nè è incolto e rozzo lo stile e pieno di barbarismi. Tutto l’ingegno della maggior parte degli scrittori era rivolto a’ concetti e alle metafore , e purchè sapessero spargerle a piena mano nelle loro opere, nulla curavansi della scelta delle parole, e dell’osservanza delle leggi grammaticali, e quindi venne che l’eloquenza ancora fu trascurata , e che gli oratori, vaghi soltanto di riscuotere 1’ammirazione c f applauso de’ loro uditori, pareano avere dimenticato che il primario fine dell’arte loro era quello di persuadere e di muovere. E veramente noi non possiamo senza qualche vergogna ragionare dell’eloquenza del secolo XVII. Le orazioni latine, e quelle principalmente dette da’ professori d’eloquenza nell’aprimento delle pubbliche scuole, o in altre solenni occasioni, sono la miglior cosa che abbiamo. Ed esse ancor nondimeno poste in confronto con quelle degli oratori del e stampal-i nel in sei tomi in folio, « Intorno al Vocabolario «Iella Crusca, e alle accuse che contro «•li esso si muovono, reggasi la bell’opera del signor conte Gian Iran cesco Napione «li Coceonalo altre volle da me nominalo con lode (De’ Pregi della lingua Pai. t. 7., p. 78, ec.) *>.