Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VIII, parte 2, Classici italiani, 1824, XV.djvu/250

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774 LiBno nello orazioni dette in Firenze, o in altre città de’ dominii Medicei, e che veggonsi in gran parte unite nelle Prose fiorentine , non si leggono nè quelle strane metafore , nè que’ rafinati concetti che facean allor le delizie degli oratori. Ma se esse sono scritte con eleganza o con purezza di stile, questo è comunemente il solo lor pregio) e invano nella maggior parte di esse si cerca quella robusta eloquenza che forma il vero oratore. Le migliori fra esse sono, a mio credere, quelle del Dati; e si pregiano singolarmente quelle in morte del commendator Cassiano dal Pozzo, e il panegirico di Luigi XIV. Ma benchè esse sien certo molto pregevoli, io non so se dette a’ dì nostri otterrebbon quel plauso che ottennero allora. Carattere ^ bifclice fu ancora la condizione del.ìeRii oratori l’eloquenza sacra. E io confesso che non so intendere come le prediche e i panegirici di tanti oratori, che or non si leggono, se non talvolta per prendersi trastullo e giuoco, e per conoscer fin dove può arrivare l’abuso deifi umano ingegno, si udissero allora con tanto plauso. E molto meno so intendere come da tali ragionamenti, in cui altro per lo più non facevano che ostentare inutilmente una importuna acutezza nelle metafore e ne’ contrapposti, sperassero gli oratori di raccogliere quel frutto che debb’essere fi unico fine del sacro lor ministero. Ma tale era il reo gusto del secolo, che appena potea sperar di piacere chi non seguisse la via comunemente battuta; e perciò noi veggiamo che quei medesimi oratori i quali per altro sarebbono in altro secolo divenuti