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FISIONOMIA DI TORINO 35


dice il sig. Valery) della cucina italiana, ha molta rinomanza tra i gastronomi europei. Ma a dir vero non è la cucina ordinaria, casalinga o delle osterie quella che meriti un tal nome; bensì quella di pochi tra gli alberghi principali e la cucina aristocratica, intendo di quell’aristocrazia che può spendere molto in buoni cibi e provvedersi di un buon cuoco; la qual cucina del resto è buona e commendevole in tutto il mondo.

Negli alberghi e nelle trattorie si usa mangiar alla carta od a pasto. Il pranzo a pasto (che costa per lo più da’soldi 50 alle tre o quattro lire) vi alletta e seduce, d’ordinario, più per la quantità che per la qualità delle vivande. Gli agnolotti, la fonduda, la lamprè (piccole anguille pescate in Po) la trota ecc. vi vengono offerte tra le squisitezze della tavola torinese. Le triffole bianche sono ottime e abbondanti. Il celebre pane a bacchette (grissini) leggero e piacevole, tanto prediletto al Re Carlo Felice, è una delle grate sorprese che trova il viaggiatore entrando in Piemonte. Tra i migliori vini, raccomandiamo ai buongustai il barbera, il barolo, il nebiolo, il vin d’Asti, e la malvagia di Sardegna.

Una bibita assai in uso, che serve a corroborare lo stomaco prima del pranzo, è quella del vermouth ed elixir di china, che si fabbrica a Torino, e di cui vi ha molto consumo all’estero.

I mercati di commestibili che si trovano a ogni lembo estremo della città sono coperti ed appositamente collocati. Il cav. Bertoletti consiglia ai forastieri una visita sul buon mattino ai mercati torinesi, quando sono più faccendosi e più vivi. Questa visita infatti può riuscire piacevole a chi è vago farsi un concetto delle forme, de’lineamenti del linguaggio, delle fogge di vestire, e de’costumi non infinti del popolo minuto della città, e di quello dei suoi dintorni.


Una delle singolarità del Piemonte e di Torino è quella del suo dialetto intarsiato di modi e di parole francesi con sintassi italiana ed altre derivanti dal latino, dal greco, dallo spagnuolo e da radici teutoniche. Fu notato che molti vocaboli piemontesi s’incontrarono nelle opere e nelle poesie de’trovatori, ond’è che taluno disse a ragione che il dialetto piemontese è propriamente un misto d’italiano e di provenzale.

Le antiche e recenti invasioni ed escursioni straniere, la lunga dominazione francese, il contatto frequente e di vecchia data colle provincie savoiarde valgono infatti a mantenere quell’impronta di foresteria che invano si è tentato finora di estirpare.

Verso la metà del secolo scorso, dice il Cibrario, insieme ad un acceso desiderio d’investigare le antichità e le storie locali, nacque vaghezza