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TORNIAMO ALLO STATUTO 19

si nega, contro e la lettera e lo spirito dello Statuto, che il Principe possa avere e tanto meno manifestare una qualsiasi volontà diversa da quella del Ministero, finchè questo possa presentare un voto favorevole della Camera, fosse pure la maggioranza di un solo voto, e con qualunque mezzo ottenuta.

Di fronte alla Camera, che mostri velleità di ribellarsi, si minaccia continuamente lo scioglimento, con elezioni generali sotto alta pressione governativa. Non si ammette quasi più che il Sovrano possa, nel caso di un dissidio tra il Ministero e la Camera, negare al primo lo scioglimento. Ciò non si sostiene ancora apertamente; ma si fa dagli amici dichiarare per ogni verso, che, in caso di un voto sfavorevole, il Ministero non presenterà le sue dimissioni. Si sussurrano pei corridoi di Montecitorio le confidenze supposte del presidente del Consiglio: «Io, checchè avvenga, non me ne vado. La vita della Camera dipende da come si saprà condurre. Se avessi un voto contrario, io resto al mio posto, e non presento dimissioni. Se il Sovrano non mi vuole, dovrà revocarmi con decreto suo e di sua iniziativa». E magari in certi momenti si aggiunge: «Io sono pronto a ricorrere a qualunque mezzo. Sono pronto anche a scendere in piazza», ecc., ecc.

Intanto si pone mano (senza ammettere mai che nè il Sovrano nè altri in ciò possano entrare o aver che osservare) ad un lavoro di cosiddetta preparazione delle elezioni generali. Si mutano prefetti e funzionari d’ogni grado. Si revocano quelli che si suppongono ligi ai passati Ministeri. Si terrorizzano altri; e specialmente le Amministrazioni dei Comuni, delle Opere pie, degl’Istituti di credito, ecc. Si cerca di preparare dappertutto strumenti politici, dicendo tra sè e sè: «Vorremmo vedere, nel giorno della crisi, come farebbe altri a scomporre rapidamente tutto questo lavorìo». E così individualmente s’intimoriscono i deputati, ognuno dei quali vede nel proprio collegio tutta una macchina montata dal Governo in attesa delle elezioni, sia per sostenerlo, sia per combatterlo se avversario.

Quanto al Senato, il sistema è più semplice. Si nomina una quarantina o magari una ottantina di senatori amici; e anche qui naturalmente non si ammette, contrariamente allo Statuto, che il Principe ci abbia che vedere.

E per la stampa, il preteso quarto potere, si provvede coi danari dello Stato, o con pressioni e lusinghe sugli uomini politici o sui finanzieri che ne abbiano in mano le fila.