Pagina:Torriani - Senz'amore, Milano, Brigola, 1883.djvu/91

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avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.

Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull'imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un'ora e più, dicendo pomposamente:

«Vado a pranzo.»

Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s'univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d'argento Cristophle che ricordava l'incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant'anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto