Pagina:Tragedie, inni sacri e odi.djvu/425

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urania 395

     Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici
     Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
     Con alta fronte passeggiar l’Offesa
     Vider, gl’ingegni provocando, e mite
     250Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
     Lo spontaneo Perdon che con la destra
     Cancella il torto e nella manca reca
     Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.
     Blando a la Dira ei s’offeria: seguace
     255Lenta ma certa, l’orme sue ricalca
     Nemesi, e quando inesaudito il vede,
     Non fa motto, ed aspetta. Un giorno al fine
     Ne gl’iterati giri, orba dinanzi
     Le vien l’Offesa: al tacit’ arco impone
     260Nemesi allor l’amata pena; aggiunge
     L’aerea punta impreveduta il fianco,
     E l’empio corso allenta. Inonorata
     La Fatica mirar, che gli ermi intorno
     Campi invano additava, a cui per anco
     265Non chiedea de la messe il pigro ferro
     Gli aurei doni dovuti: a lei compagno
     L’Onor si fea; se forse a la sua luce
     Più cara a l’occhio del mortal venisse
     L’utile Dea. Vider la Fede, immota
     270Servatrice dei giuri, e l’arridente
     Ospital Genio che gl’ignoti astringe
     Di fraterna catena; e tutta in fine
     La schiera dia ne l’opra affaticarsi.
     Videro, e novo di pietà, d’amore
     275Ne gli attoniti surse animi un senso,
     Che infiammando occupolli. E già de’ lieti
     Principj in cor secure, il plettro e l’arte
     Sacra del plettro ai figli lor le Muse
     Donar, le Grazie il dilettar donaro
     280E il suader potente. Essi a la turba
     Dei vaganti fratelli ivan cantando
     Le vedute bellezze. Al suon che primo
     Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico