Pagina:Tragedie di Eschilo (Romagnoli) I.djvu/112

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

LE SUPPLICI 73

ai Numi Olimpî: ché salvezza a noi
non ambigua offerian. Li mosse a sdegno
udir da me quanto i cugini oprarono
contro amici congiunti. E m’assegnarono
questi seguaci arcieri, a fin che insigne
fosse il mio stato, né da lancia infesta
fossi trafitto, e sempiterno fio
sulla città pesasse. Or gratitudine
piú che per me, per essi in cuor vi gitti
profonde stirpi. E ancor questo scrivete
fra gli altri molti moniti paterni:
che col tempo si saggia ignota schiera,
e contro lo stranier pronta ha ciascuno
la lingua; ed una macchia è presto impressa.
A non coprirmi d’onta ora io v’esorto:
ché gli anni avete onde il mortale è attratto,
né conservare il molle fiore è agevole:
ché lo voglion distrutto e fiere ed uomini
e quante belve in terra e in mare vivono.
E quando i pomi son gonfi di succo,
la Dea di Cipro, che gli acerbi vieta,
un bando fa, perché li spicchi Amore.
Su la molle beltà de le fanciulle
ciascun che passa, dello sguardo lancia
la freccia, il filtro dell’amore, come
brama lo vince. Or qui non sia perduto
ciò che con tanta pena, e tanti arando
flutti, serbato fu: ché a noi vergogna
non si procuri, ed ai nemici gaudio.
Duplice casa è a noi profferta: l’una