Pagina:Tragedie di Eschilo (Romagnoli) I.djvu/267

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228 ESCHILO

stretto nei lacci, come pur vedete,
lungi scacciar dal petto mio non posso
l’aligero feroce. Onde cosí
patisco, orbato di me stesso, questi
mali d’angoscia; e degli affanni il termine
chiedo, la morte imploro; e tien la morte
lungi da me la volontà di Giove.
Tale vetusto luttuoso strazio
accumulato in mille orridi secoli
è nel mio corpo; e dall’ardor del sole
liquefatte, pei sassi aspri del Caucaso,
perennemente stillano le gocce.


     Anche ai Titani, parrebbe, era diretto un altro brano, in cui Prometeo enuncia i benefizî largiti agli uomini:

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E carri inoltre ad essi diedi, tratti
dai cavalli e dagli asini, e le stirpi
dei tauri, che ai travagli si sobbarcano.


Poi sopraggiungeva Ercole. Ercole doveva recarsi nei paesi d’Occidente, per togliere a Gerione la famosa greggia. E Prometeo gli insegnava le principali tappe del suo viaggio:

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Prendi per questa via diritta; e prima
giungerai presso gli aliti di Borea.
Dall’irruento strepito dei venti
guàrdati quivi, che a rapir non t’abbiano
col tempestoso repentino soffio.