Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) II.djvu/169

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166 EURIPIDE



primo corifeo

Basta! Già troppa è la sciagura vostra!
Non irritar l’alma del padre, o figlio!

ferete

Figlio, che tracotanza è la tua? Sono
un Lidio, un Frigio schiavo tuo, da battere
di contumelie? Non sai tu che tessalo
sono io, di padre tessalo, legittimo,
libero? Troppo m’offendesti; e i detti
fanciulleschi che tu contro me scagli,
non andranno impuniti. Io di mie case
signor t’ho generato, e t’ho nutrito;
ma debito non è che per te muoia.
Legge patria non è, non legge ellèna,
che la vita pel figlio il padre dia.
O prospera o infelice, è tua la vita
tua. Quel che aver da me devi, tu l’hai:
di molte genti sei signore, molti
campi e vasti io ti lascio, che dal padre
ebbi in retaggio. In che ti feci torto?
Di che ti privo? Non dar la tua vita
per me, né io la mia per te. La luce
t’è cara. Pensi che al tuo padre cara
non sia? Della mia vita, certo, poco
mi resta; e il poco è pur dolce: ben lunghi
giorni sotterra passerò; ma tu,
tu combattesti svergognatamente,
per non morire; e vivi; e sei sfuggito
al tuo destino, e uccisa hai la tua sposa.
E poi la viltà mia biasimi, o tristo