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Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) III.djvu/120

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ERCOLE 117

Ercole, fu chiamarti vile; e invoco
testimonî gli Dei, lo chiedo al folgore
di Giove, alla quadriga, ove egli asceso,
ai Giganti nel fianco i dardi alati
infisse, ai figli della terra, e fulgida
vittoria fra gli Dei ne celebrò.
Al monte Folo poi récati, chiedi
dei Centauri alla stirpe, alla quadrupede
lor tracotanza, o pessimo fra i re,
se prode sovra tutti altr’uomo estimino
tranne che il figlio mio, ch’è, dici tu,
solo apparenza: al Dirfi2 chiedi, dove
fra gli Abanti crescesti, e non ne avrai
lode; ché non c’è luogo dove tu
qualche prodezza abbia compiuta, e possa
testimonianza dalla patria averne.
L’arma ch’ei tratta, l’arco, tu poi biasimi;
e l’arco è un gran trovato. Odi, ed apprendi
da me. Dell’armi sue schiavo è l’oplita,
e se prodi non son quanti schierati
sono con lui, per la viltà di quelli
che gli son presso, ei stesso muore. E se
la sua lancia si spezza, ei non ha schermo
contro la morte piú; ché sola aveva
quella difesa. Quanti esperta invece
hanno la mano a trattar l’arco, questo
vantaggio hanno, che mille e mille dardi
lanciando, gli altri dalla morte salvano,
e, stando lungi, e con saette cieche
trafiggendo i veggenti, a bada tengono
le schiere ostili, e i corpi non espongono
agli avversarî, e senza esporsi ai colpi,
stanno al sicuro; ed è questa in battaglia