Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III.djvu/201

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198 SOFOCLE

Ho detto che finora per noi il dramma satiresco era rappresentato solamente dal Ciclope d’Euripide. In realtà possedevamo anche un certo numero di frammenti: non moltissimi, ma piú significativi che non si soglia credere. E non ispiaccia che io traduca qui i principali, anche per fare un po’ di cornice, per creare un po’ di atmosfera intorno al nuovo drammetto di Sofocle.

Il posto d’onore spetta ad un canto leggiadrissimo di Pràtina. Sembra che i satiri, irrompendo nell’orchestra, la trovino ingombra da intrusi. E fanno valere i propri diritti ad esaltare il Nume. È il canto d’ingresso, la pàrodos: ricorda, nella movenza e nello spirito, la pàrodos, anch’essa vaghissima, del Ciclope d’Euripide.

Che è questo frastuono? Che è mai questa danza?
Qual tracotanza
ruppe su le sonore di Dioniso scene?
È mio, Bacco, mio solo! Solo a me s’appartiene
strepitare, e gran voci tra le Ninfe dei fonti
levar sui monti,
come cigno che spiega l’armonioso canto.
Alla voce, la diva pieria il regno die’:
in coda resti il flauto, ché servo egli sol è!
Sia fra l’orge soltanto
egli duce, e degli ebbri giovani fra le lotte!
Giú, bòtte
al rospo gracidante! Ardi quel calamo
garrulo, rozzo,
che va fuori di tempo, che di saliva è sozzo,
quel serpentello
forato col trivello!