Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III.djvu/239

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236 SOFOCLE 236-265

perché siam giunti qui. Ma questa voce
dicci prima che è, che intorno suona,
e quale col suo mezzo uomo si esprime.
CILLENE
Sia! Ma sappiate che se dopo andrete
a rifischiare quel ch’io vi dirò,
vi tirerete qualche briga addosso.
È un certo affare che lassù fra i Numi
si tien segreto, ché non abbia a giungerne
sentore ad Era. E dunque, un giorno, Giove
venne, e sorprese in questa grotta Atlantide,
e mise a effetto un suo disegno. Atlantide
die’, nello speco, a luce un pargoletto:
ed io lo nutro qui, tra le mie braccia,
ché la sua mamma è fra dolori e morbi.
E notte e giorno sto presso alle fasce,
e lo faccio mangiar bere dormire,
e tutto quel che occorre a un bimbo in culla.
E lui diviene grande e grosso, giorno
per giorno, in guisa ch’io ne maraviglio,
ne trasecolo. Ancor non ha sei giorni,
ed è membruto già, come un fanciullo
nel fior delle sue forze, e spiga fuori,
né mai ristà la crescita. Un tal pargolo
qui sta rinchiuso. E che non fosse agevole
scoprirlo, il padre volle; e il suon che vibra
per nascosto artificio, e ti sgomenta,
in un sol giorno congegnar lo seppe,
d’una bacheca arrovesciata, il bambolo.
In un vaso di gaudio tramutò
un animale spento. E al basso echeggia.