Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/164

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158 ii - angoscia doglia e pena


congiurazione verso il Biondo, per averlo giorno in compagnia ad una, che con la vista l’amorba di lontano! Perciò, se, stando appresso, l’atosica mortalmente, non è da meravigliarsi! — Ma, tornando al principio della conclusione, i professori della umanitá dicono che «o» gli è littera vocale; afermano ancora che «o» gli è la voce admirativa ed è parola di desiderio; «o» gli è voce de chi chiama; finalmente gli è il son di esclamazione, come si vede in questo loco. Percioché il savio vecchio esclama, dopo tante diffinizioni, che ha fatto della donna secondo l’ordine della natura. Dalle quali comprendo che essa è morbo, e non salute nostra, percioché con esclamazione vi esorta tutti che, non credendo a lei, ciascuno da essa debbia fuggire, perché dalla furia si fugge e dal fausto e vanagloria, perché è cosa odiosa. Il fettore d’una palude gli è cosa orribile; il conversare con serpenti è natura di crudele; false parole son veneno a gente pura; l’astuzia volpina è atto d’ingannare, perciò si vitupera; inganno e lusuria son le proprietá di quelli che moreno col corpo insieme; essere acuto, come un spino, gli è di avere natura di mordace; l’essere incostante è segno di pazzia; dispreciare l’onore gli è essere d’animo vile; cedere a l’apetito gli è l’atto di lussuriosi; essere instabile gli è argumento di leggerezza; essere falace gli è la proprietá d’inganatore; esser vano e giattabondo è di non servar fede e di non conoscere la ragione; ed avere la natura di fuoco gli è l’atto e disposizione di consumare ciò che manegia. Pertanto, essendo la donna nostro consumamento, il savio vecchio, cridando ad alta voce, ne esorta che da essa abbiamo da fuggire. Ma, accioché non paia che questo fuggire si faccia senza alcuna causa, dice ad alta voce che premio ha chi fugge la donna, propria consumazione: ed è la felicitá, la quale per natura ciascuno disia e brama. Percioché si conossa quel che si disia, ed acciò piú perfettamente si debbia disiare, dichiarovi che cosa è felicitá, ed esser felice. Dicono i savi «felicitá» essere la prosperitá, la qual dagli antichi era fatta dea, e da’ romani ancora era onorata. Ma il gran peripatetico disse «felicitá essere una certa operazione di l’anima, per mezo di perfetta virtú». Altrimente «felicitá» gli è