Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/255

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libro secondo 249


io vo’ che proprio sia tale il collo di questa donna quale fu quella. Ora scendiamo piú giú un poco, e veggiamo di darle un seno che le si convenga. Questo sará candido, come fu quello di Laura, per testimonio del Petrarca in quel sonetto «Amor ed io sí pien di meraviglia», e come fu quello della amorosa di messer Ercole Strozza, che ne lo loda egli nel sú allegato suo luogo. Sará bello, e tale che si possa degnamente dire «angelico», il che piacque al Petrarca nelle canzoni «Quando il soave mio fido conforto», «Chiare, fresche e dolci acque». Ma che si dee dire delle poppe o mamelle, che le vogliamo chiamare? Elle fieno, come a me pare di dirittamente giudicare, picciole, tonde, sode e crudette, e tutte simili a due rotondi e dolci pomi. E tali l’ebbero Amaranta appo ’l Sannazaro e la garzonissima Sabinetta appo ’l Bembo. Dell’Ariosto mi taccio, ch’io so bene ch’ei non s’allontana o diparte dal parere di costoro. E meno il Boccaccio nel suo Laberinto d’Amore, dove, parlando di quei «due bozzacchioni» (ché cosí appella le poppe di quella vedova, tanto da lui maladetta e punta), dice che «giá forse acerbi pomi furono a toccar dilettevoli ed a vedere similmente». — Qui giunto, il signor Giacomo tacevasi, quando il signor dottore, risguardandolo, disseli: — Egli mi pare che mi s’è scoperta bella occasione, signor mio, di potervi rendere pane per ischiacciata. Peroché, s’io non m’inganno, il fine del parlar vostro tanto è lontano dal principio, e il principio dal fine, quanto sono i piedi o pure gli occhi nostri l’uno dall’altro. Ma so ben io quel ch’è. Nei falli nostri noi siamo l’uccel di Minerva, e negli altrui veramente quel di Giove. Laonde con gran giudicio Prometeo, avendo formato l’uomo, gli attaccò in spalle due bisacce, delle quali quella di dietro, figurata per la nostra, era piena di delitti, e quella d’innanzi, figurata per l’altrui, era scema e vota di loro. — A tai parole il signor Giacomo levando: — Eccellente dottore — disse, — poiché la mia semplicitá impetrarmi grazia e perdono appo voi non ha potuto, e che mi avete pure voluto mordere e traffigere, io (cosa che non avete fatto voi e che è pure di magnanimo, come potevate imparare dal gran Giulio Cesare, il quale di nulla scordar si