Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/268

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262 iii - il libro della bella donna


romano, veggendosi in gran periglio della morte, per paura di lei s’ascose assai bene in non so che luogo. Ma che avenne? A venne che, essendo diligentemente cercato di lui, e non si trovando al mondo, il muschio lo venne a scoprire, del quale egli era tutto pieno, e d’intorno si sentiva l’odore, che, sentito e venuto al naso di quei che lo cercavano, fu cagione ch’egli fu miseramente morto. Io trovo altresí che, stando alla presenza di Vespasiano imperatore un giovane tutto profumato, per ringraziarlo d’una preminenza che gli avea conceduta, subito che Vespasiano senti l’odore, sdegnoso, con terribile ciglio ed aspra voce gli disse: — Io avrei voluto piú tosto che al naso tu mi avessi mandato un puzzo d’aglio. — E cosí, avendolo molto bene ripreso senza onore (ché le lettere della giá conceduta grazia volle che fossero lacerate), licenziollo col suo moscato e col suo ambracane. Ora giudicate voi se a questi effetti, procedenti dagli antedetti zibetti, essi denno essere nomati buoni, o pure (il che ha piú vero) cattivi. Giudicolli cattivi la valorosa ed inclita cittá di Roma, quando l’anno della sua edificazione cinquecento e sessantacinque fece un editto: che in lei niuno recasse peregrini odori. Cosí fusse egli durato infin ora! Ma le sceleraggini e vizi de’ posteri non lo permisero, peroché, com’è uso de’ moderni di rompere i decreti degli antiqui, il ruppero e l’annullaron del tutto. E cosí ella, che gli arabi, gli assiri ed i sabei aveva con le sue arme domati e vinti, fu dai loro zibetti ed odori domata e vinta, ed in tanto, che infino nei conviti usava questi, e infino nel bere e negli spettacoli. Giudicolli tristi la cittá di Sparta, quasi un’altra Roma de’ greci, quando a questa peste, dall’Asia vegnente, come ad armata schiera di nemici, con fieri e severi costumi ed editti si fece incontro. Ma poco le valse, percioché in ultimo la molle e delicata squadra e degli odori e delle sceleratezze ingannò e corruppe le guardie, e, passando nell’Europa, soggiogolla e vinsela. Che dirò poi d’Annibale? Questo cosí fiero nemico del popolo romano, capitano tant’aspro, faticoso e duro, rimase vinto col suo prode e valentissimo essercito in sul mezo delle guerre. Tal ch’io mi credo che ben mille volte maladisse e bestemmiò gli odori, onde molle e delicato egli e suoi soldati a un tratto