Pagina:Trattato de' governi.djvu/115

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Ma forse è qui da dubitare maggiormente di quel, che sono stati ammessi al governo dopo le mutazioni degli stati; come fe’ Clistene in Atene dopo la cacciata dei tiranni, perchè e’ messe molti forestieri nelle tribù, e dei servi, e degli artefici vili. Ma il dubbio in simili è piuttosto non s’e’ sieno cittadini, ma s’e’ sieno cittadini giustamente o no; e qui ancora si potrebbe dubitare nuovamente se posto che tali non fussin cittadini giustamente, che e’ fussino dico contuttociò cittadini: come se tanto importasse l’esser cittadino ingiustamente, quanto il non essere. Ma perchè e’ si vede molti, che ingiustamente si portano nei magistrati, e contuttociò, che sono ne’ magistrati, sebbene ei non vi sono giustamente; e perchè il cittadino debbe essere difinito per via di qualche magistrato (imperocchè chi conviene in qualche magistrato è cittadino, siccome io ho detto): però questi tali debbono esser chiamati cittadini ancor’essi. Ma se e’ sieno giustamente o no, questo dico s’appicca al dubbio innanzi proposto, dove è dubitato da certi, quando la città ha fatto o non ha fatto una cosa. Come è verbigrazia quando dallo stato dei pochi, o dalla tirannide si trapassa nello stato popolare, allora è chi non vuole star fermo ai patti: come se il tiranno, e non la città gli avesse presi: od altre simili cose. Come se e’ si desse alcuni stati per fine proprio, e non per utilità publica.

Ora dunque se egli è vero, che in alcune città, che vivono popolarmente, si governino le faccende publiche per comodo proprio, parimente è da stimare, che l’azioni di tal governo stieno non altrimenti, che quelle dello stato de’ pochi; e che quelle

no match

della tirannide.