Pagina:Trattato de' governi.djvu/123

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ma a tutti quegli che cessano dai necessarî ministeri.

Infra gli ministeri necessarî chi gli ministra a un solo si chiama servo, e chi gli ministra al publico si chiama artefice, e gente vile. E di qui fia chiaro ancora a chi di ciò alquanto considera qualmente la cosa stia in simili casi; imperocchè quello, che io ho detto innanzi, ce lo manifesta: cioè che essendo li governi di più fatte, medesimamente li cittadini sieno di più fatte per necessità; e massimamente quei che son sudditi. Onde in alcuni modi di governo è forza, ch’ei vi sia cittadino l’artefice, e ogni vil gente; e in certi altri è impossibile, che segua un tale effetto. Come è verbigrazia in quel governo, che si chiama Ottimate, dove si dieno gli onori mediante la virtù e la dignità, perchè e’ non può esercitare azione virtuosa chi vive da artefice, e ad uso di vil gente.

Negli stati stretti ancora non è lecito al vile uomo l’esservi cittadino, perchè le partecipazioni nei magistrati vi si danno per via di censi grandi; ma bene v’è lecito di parteciparne all’artefice; imperocchè assai artefici diventan ricchi. In Tebe era una legge, che chi non s’era astenuto dieci anni dagli esercizî mercantili non potesse aver magistrato. E in certi altri stati la legge tira ai magistrati insino ai forestieri; che in alcuni stati popolari basta per esservi cittadino l’essere nato di madre cittadina.

E questo medesimo ordine s’osserva in alcune città intorno a’ bastardi, e contuttociò vi si usa di fare cittadini questi simili per la carestia, che v’è di legittimi cittadini; chè tal legge v’è stata introdotta per il poco numero d’essi. Ma quando il popolo v’è poi cresciuto a poco a poco e’ s’usa di cacciar dal governo imprima quei, che sono nati di servo, o di serva; e di poi quei, che sono nati cittadini solamente per madre: e in ultimo non accettano se non quei,