Pagina:Trattato de' governi.djvu/138

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valsente, e sia di qualsivoglia età giovenile. È ben vero che la dipositeria, la commesseria negli eserciti, e che gli altri grandi magistrati vi si danno a chi ha un gran valsente.

Ma questo dubbio nel medesimo modo si può ancora solvere, perchè tali cose forse stanno bene; conciossiachè nè il giudice, nè il consigliere, nè il concionatore sia padrone dello stato; ma il giudizio, il senato e la concione. Dei quali tre membri conti ciascuno è una particella. Io chiamo essere una particella delle cose dette, il giudice, il senatore, e il concionatore; onde ragionevolmente si concede al popolo la autorità suprema nel governo. Imperocchè la concione, il senato e il giudizio sono composti di molti; ed il censo di tutti questi è maggiore di qualsivoglia particolare; e di quei pochi ancora, che amministrano i magistrati grandissimi.

Queste materie adunche in tal maniera siensi determinate da noi, e per il primo dubbio racconto ci sia manifesto, come nessuna cosa più si debba fare padrona negli stati, che le leggi, che fieno bene poste; e che ’l cittadino di magistrato (o sia egli uno o più) debba essere padrone di tutte quelle cose, delle quali è impossibile che fia stato chiarito dalle leggi esattamente, per non si potere agevolmente da loro dir tutte le cose in universale. Ma e’ non è già ancor manifesto, qualmente debbino essere fatte le buone leggi; ma restaci ancora questo dubbio mosso imprima: anzi si può solvere tali dovere essere le leggi, o buone, dico, o ree, o giuste, o ingiuste, quali sono li stati.

Nè questo ancora ci debbe esser nascosto, che le leggi si debbino indirizzare al fine di quel modo di stato. E se così è, ne conseguita di necessità che le leggi indiritte al fine degli stati buoni fieno giuste; e le indiritte ai

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contrari manchino di giustizia.