Pagina:Trattato de' governi.djvu/137

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quegli che è esperimentato nell’arte; conciossiachè certi se ne dia di tale fatta in ciascuna arte per via di dire; e il giudizio si concede non meno agli esperimentati, che a chi sa per teorica.

Così nella elezione ancora pare, che la cosa stia similmente; conciossiachè l’eleggere bene sia uffizio d’uomo perito; come è verbigrazia, il geometra lo scerrà bene chi arà l’arte della geometria, e il nocchiere chi sarà instrutto negli esercizî navali. E avvenga che in certe faccende e arti s’impaccino ancora quei che non fanno di tali cose, contuttociò e’ non le trattano meglio di chi sa. Laonde per tale verso al popolo non si debbe dare l’autorità nè di creare li magistrati, nè di correggerli.

Ma forse le cose dette non stanno tutte bene, per la ragione di sopra allegata: dove il popolo non sia interamente vile. Chè egli è ben vero, che ciascuno dispersè fia più cattivo giudice di chi sa; ma tutti insieme o e’ fieno migliori, o e’ non saran peggio. E così è vero, che di certe cose non chi l’ha fatte ne giudica meglio di chi conosce l’opera, e non ha l’arte; com’è della casa, che non pure la giudica bene chi l’ha fatta, ma meglio ancora dell’artefice d’essa la giudica colui che l’usa: e quegli è il padre di famiglia. E il medesimo interviene nel timone, che meglio ne giudica il nocchiere dell’artefice: e delle vivande meglio il conviva, che non fa il cuoco. Questo tale dubbio adunche in simile modo si potrebbe risolvere abbastanza. Ma e’ ne li conseguita un altro; che e’ pare, cioè, cosa disconvenevole che gli uomini cattivi più delli buoni sieno padroni di cose di maggiore importanza; nel quale grado sono le correzioni, e l’elezioni dei magistrati. Le quali due cose in certi stati si concedono al popolo, perchè la concione è d’amendue queste cose padrona; conciossiachè chi ne partecipa giudichi, e consigli e benchè egli abbia picciol