Pagina:Trattato de' governi.djvu/144

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Ma s’e’ fusse uno, che tanto avanzasse gli altri per virtù, o fussino così fatti più d’uno, ma non tanti di numero, che potessino riempiere la città, di tale maniera dico, che la virtù di tutto il popolo, e la possanza non fusse paragonabile con quella di questi, se e’ fussino più questi sì virtuosi; e se e’ fusse uno solo, che ella non si potesse pareggiare a quella di costui; dico in tale caso tali non potersi chiamare parte della città, perchè e’ si farebbe loro ingiuria da chi si stimasse degno degli onori, che essi meritano; essendo a loro tanto inferiori di virtù e di potenza civile. Che egli è ragionevole, che un tale uomo infra gli altri sia in guisa di Dio.

Onde si vede, che le leggi debbono essere poste infra li pari e di potenza e di sangue, ma infra questi sopraddetti non si può dare leggi. E la ragione è, che essi sono legge; e darebbe bene da ridere chi si sforzasse di darle a simili. Che e’ si potrebbe forse dire in tal caso quello, che dice Antistene de’ lioni, quando le lepri, chiamato il consiglio, ferono pratica, e stimarono essere ragionevole, che tutti avessino l’uno quanto l’altro. E per questa ragione i governi popolari hanno ordinato lo ostracismo, perchè essi pare che voglino la parità in tutte lo cose; onde egli hanno trovato il modo di mandare in esilio, e d’allontanare dalla città per certi spazî di tempo determinato tutti quei, che per via di ricchezza o per numero d’amici, o d’altra potenza civile avanzino gli altri.

Favoleggiasi ancora per questa cagione medesima, che gli Argonauti