Pagina:Trattato de' governi.djvu/166

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


ciascuna virtù, che nel vivere civilmente e nello amministrare le faccende publiche. E così adunche costoro la intendono.

Ecci ancora chi stima solo beata vita quella d’una republica che domini alle altre tirannicamente, e appresso di certe si vede tale essere il fine delle loro leggi: cioè, ch’elle signoreggino agli altri. Onde chi raccogliesse tutte le leggi e tutti gli ordini sparsi in quelle republiche vedrebbe insomma, che s’elle risguardano cosa alcuna unicamente, che tale è il fine al dominare indiritto. Nel qual caso è l’erudizione di Sparta e di Candia che quasi tutta è indiritta alla guerra; e così tutto il numero delle loro leggi. Ancora una tale facoltà, e una tale forza di signoreggiare è onorata appresso di tutti quei popoli, che han potenze d’accrescere l’imperio: come è appresso degli Sciti e dei popoli di Tracia e Franciosi.

Imperoccchè appresso di alcuni sono leggi, che a simili virtù incitano gli uomini; come si dice in Cartagine esserne una, che adorna gli uomini di tante anella, di quante volte e’ sono stati alla guerra. E un’altra n’era in Macedonia, che chi non avesse ammazzato uno inimico, gli fusse attaccato un capestro al collo. In Scizia non poteva bere alla tazza, che si portava dattorno nei conviti da chi non aveva ammazzato il nimico. Ed in Spagna appresso agli Iberi, gente bellicosissima, tanti obelischi, e statue, si mettono al sepolcro d’un morto, quanti e’ n’ha nella guerra ammazzati. Ed altre simili usanze altrove si ritrovano, parte venute sotto le leggi, e parte venute in costume.

Ma e’ parrà forse cosa disconvenevole a volere considerare simili cose, cioè se all’uomo civile s’appartiene di vedere che modo si abbia a usare per poter dominare agli altri, e a quei che vogliono, dico, e a quei che non vogliono stare sotto il loro imperio.