Pagina:Trattato de' governi.djvu/170

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natura. Onde se ei si trovasse uno, che per bontà avanzasse gli altri, e per potenza da poter mettere in atto cose ottime, a costui sarebbe onesta cosa di cedere, e sarebbe giusta cosa ubidirgli. Ma e’ non basta a tale ancora la virtù, che ancora li fa mestieri di possanza, mediante la quale e’ possa operare.

Ora, se queste cose sono bene dette, si può conchiudere che la felicità sia una buona operazione, e che la vita ottima sia quella che opera bene e nella città universalmente e in particolare in ciascuno. Ma e’ non è già necessario, che la operazione sia ad altri, come molti si stimano, nè che quei pensieri soli siano attivi, che sono per fine di quelle cose che risultano dallo operare, ma molto più quegli, che sono in loro stessi perfetti, e che considerano, e che discorrono per cagione di loro stessi e non d’altri: perchè la buona azione è fine. Onde egli è fine ancor la azione. Ma di più in esse azioni esterne quegli veramente si dice operare, che è architettonico, e che col pensiero attende all’opera.

Che e’ non è già necessario che quelle città, che da per loro stesse si vivono, e che hanno preso una simile elezione, si dichino private d’operazioni, perchè una tal cosa può accadere nelle parti loro, avendo le parti della città molte comunicanze l’una con l’altra. E questo medesimo può accadere in ciascuno uomo verso sè stesso, imperocchè Dio ottimo altrimenti a pena starebbe bene; e il mondo tutto che è privato d’azioni esterne, e che ha solamenta le sue propie. Che adunche una vita medesima per necessità sia ottima alla città, e a ciascuno uomo in particolare è manifesto per le cosedette.