Pagina:Trattato de' governi.djvu/182

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mediante il quale la città sia felice il più che si può, e che la felicità non possa aversi senza virtù ho io detto innanzi, però è manifesto, che in una città, che abbia buon governo, e dove sieno cittadini veramente buoni, e non buoni per supposizione, che in tale non vi debbino li cittadini vivere di vita vile, nè artigiana; perchè tale vita è ingenerosa, e alla virtù inimica; nè ancora debbono tali cittadini lavorare la terra, perchè l’acquisto delle virtù si fa con ozio. E le civili azioni da queste cure debbono essere disgiunte.

Ma restandoci la parte di chi tiene l’arme, e quella di chi consiglia delle cose utili, e che giudica delle cose giuste e ingiuste, però tali pare, che massimamente sieno della città parte. Ma debbono questi tali che giudicano, e che hanno l’arme, esser diversi nella città? ovvero debbono darsi ai medesimi gli esercizî detti? La determinazione è, che e’ si debba commettergli a diversi in un certo modo, e in un certo modo a’ medesimi; perchè in quanto che a diverso fiore d’età si debbe commettere diverso uffizio, convenendosi all’uno la prudenza e all’altro la forza, a diversi si debbono commettere. E quanto che egli è impossibile cosa, che chi ha in mano l’arme da potere forzare altri, patisca di sempre stare sottoposto (che invero chi è padrone dell’armi, è padrone di mantenere, e di rovinare lo stato) si debbe reputare che e’ sieno commessi alli medesimi.

E però ci resta a conchiudere, che all’una parte, e all’altra si debba mettere in mano il governo, ma non nel tempo medesimo, ma quando l’ha ordinato la natura stessa; essendo la gagliardia nei giovani, e la prudenza nei più antichi. E così è utile e giusto, che sia distribuita la cosa. E questa siffatta divisione ha il conveniente.

Ma e’ bisogna ancora, che questi tali abbino facoltà, non dovendo mancare la roba ai cittadini, e questi essendo cittadini veramente, perchè la plebe non