Pagina:Trattato de' governi.djvu/183

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partecipa della città, nè nessuna altra sorte di gente, che di virtù manchi. E ciò ci si manifesta per la supposizione fatta, perchè egli è, dico, di necessità, che l’essere felice sia congiunto con la virtù; nè città felice si debbe dire quella, che sia in una sola parte, ma quella che abbia la felicità in tutti li cittadini. È chiaro ancora, che le possessioni debbono essere di questi tali, posto che li contadini debbino essere servi, o barbari, o liberti.

Restaci a far menzione infra le contate parti di quella dei sacerdoti. E l’ordine di questi è ancora manifesto, che e’ non si debbe constituire sacerdote, nè un contadino, nè uno artefice, essendo cosa ragionevole, che gli Dii siano onorati dai cittadini. E perchè la città si divide in due sorti d’uomini, in quella, dico, che ha l’arme, e in quella che consiglia, e convenendosi dare alli Dii il lor culto, e li vecchi dovendosi riposare dalli civili esercizî, però a tali si debbe commettere la cura del sacerdozio. Delle parti adunche, senza le quai non si può constituire la città, e di quelle, che sono sue parti propie, s’è detto; cioè che li contadini, gli artefici, e che tutta la vil gente debbe essere nella città come necessaria; ma che parte vera della città son li cittadini che han l’arme, e quei che la consigliano. E ancora s’è determinato, che tali sono diversi l’un dall’altro; questi dico sempre, e quegli ora sì, e ora no.


Ma e’ non par già, che questo, ch’io dico, sia stato conosciuto ai tempi d’oggi, o poco innanzi da chi ha fatto considerazione