Pagina:Trattato de' governi.djvu/196

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fine, ch’e’ si fanno. Onde molti ministeri, che pare che abbino del servile, e ehe sieno da giovani, sta bene amministrargli agli uomini liberi; imperocchè l’azioni non si diversificano tanto por loro stesse dall’onesto, o dal brutto, quanto per il fine, e per la cagione, onde elle si fanno. Ma perchè noi diciamo ancora la virtù medesima appartenersi al cittadino, e a chi è in magistrato che s’appartiene all’uomo buono; e perchè il medesimo debbe innanzi ubbidire e poi comandare, però debbe il legislatore mettere ogni diligenza, che gli uomini si faccino buoni, e insegnare i precetti, onde egli abbino a farsi, e il fine della ottima vita.

L’anima nostra si divide in due parti, delle quali l’una ha la ragione in sè stessa e l’altra non l’ha in sè stessa; ma le può bene ubbidire; nelle quali due parti dico io essere le virtù, mediante le quali l’uomo diventa buono in certo modo. Delle quali due parti in quale d’esse è più il fine? Certo che chi le divide, come l’ho divise io, e’ non è dubbio qualmente ci si abbia a fare determinazione, che sempre il peggio è da stimarsi che sia per cagione del meglio. E ciò similmente apparisce per via dell’arte, e per via della natura, e però è migliore la parte che ha la ragione.

E questa parte si divide in due, nel modo consueto da me di dividerla; e l’una si chiama ragione attiva e l’altra ragione speculativa. Onde è ancora necessario di dividere queste parti. E l’azioni d’esse parti diremo avere in fra loro la medesima corrispondenza, e che quelle, che sono più eccellenti per natura, maggiormente sieno appetibili da chi può conseguirle, o tutte, o almeno due di loro; che ciascuno invero sempre mai desidera più quella cosa, che è l’ultima e ch’è più difficile a conseguirsi.

La vita nostra ancora si divide tutta in ozio, e in negozio; in guerra,