Pagina:Trattato de' governi.djvu/232

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essere persuasi, e possinvi convenire mediante le cose che egli hanno. Perchè e’ non è men fatica a correggere uno stato, che a farne uno di nuovo, non altrimenti che l’avere a rimparare una cosa dappoi è più fatica, che non è l’impararla da prima. Onde l’uomo civile debbe oltra le cose dette, potere soccorrere agli stati che sonno in essere; siccome io ho detto innanzi. E ciò non può fare chi non sa quante sorti di stato si dia. Chè molti al presente si stimano, che lo stato popolare e così quel dei pochi potenti non sia se non d’una sorte, ma ciò non è vero.

E però bisogna sapere le loro differenze quante elle sono, e in quanti modi si può uno stato comporre, e con la medesima intelligenza bisogna sapere le leggi, che sono ottime, e quelle che a ciascheduno stato convengono. Perchè e’ bisogna assettare le leggi secondo il fine degli stati (e così è osservato da tutti i legislatori), ma non già li stati si debbono assettare per fine delle leggi. Chè lo stato invero è un ordine fatto nelle città, mediante il quale s’abbino a distribuire li magistrati, e abbiasi a disporre quella parte che nelle città ha ad essere padrona. E ancora è un ordine intorno al fine, che ciascuna società debbe avere. E le leggi che dimostrano di che sorte sia uno stato, sono sparse in più luoghi, mediante le quali i magistrati hanno a reggere, ed a proibire coloro che trapassano le leggi.

Onde è manifesto, che e’ bisogna sapere le differenze, e avere bene in mente il numero di tutti li stati per poter porre le leggi. Perchè egli è impossibile, che le medesime servino e agli stati dei pochi potenti, e a tutti li popolari, se tali stati sono di più sorti, e non d’una sola, e se il medesimo interviene dello stato dei pochipotenti.