Pagina:Trattato de' governi.djvu/260

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E conseguentemente dopo le cose dette dicasi da me che stato, e di qual natura sia buono a questi e a quegli. Piglisi pertanto, cominciando di qui, questo documento universalmente buono per tutti gli stati, cioè che ei sia meglio nelle città fare più possente la parte dei cittadini, che vuole quel modo di vivere, di quella che non lo vuole. Ogni città è composta di qualità e di quantità. Per qualità intendo la libertà, la ricchezza, l’erudizione e la nobiltà. Per quantità metto l’eccesso del numero dei cittadini.

Può essere adunche che la qualità sia una parte della città, di quelle, onde la città è composta, e che nell’altra sia la quantità: com’è verbigrazia, che gli ignobili per numero sieno più che i nobili, e che li poveri sieno più dei ricchi, e contuttociò che il numero per la quantità non avanzi di tanto, che egli non resti avanzato a ogni modo dalla qualità: onde queste due cose si debbono bilanciare l’una con l’altra. Dove adunche il numero dei cittadini poveri avanza la detta proporzione, in tal luogo è atto a farsi il popolare stato, e ciascuna altra specie di tale stato, secondo la prevalenza di ciascun popolo. Verbigrazia superando in tai luoghi il numero dei contadini, facciavisi il primo stato di popolo, e superando il numero degli artefici e uomini plebei, facciavisi l’ultimo, e così s’osservi degli altri stati popolari, che sono in quel mezzo.

Ma dove all’incontro li cittadini ricchi, e nobili avanzano più di qualità, ch’ei non sono avanzati di quantità, qui sta bene