Pagina:Trattato de' governi.djvu/261

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


a constituire lo stato dei pochi potenti, e così ciascuna specie d’esso stato di pochi secondo la prevalenza della moltitudine di simili stati. Debbo bene sempre mai il datore di legge nello assettare uno stato pigliare li cittadini mediocri, o voglia ei fare leggi da stati di pochi potenti, gli conviene nondimeno avere l’occhio alli mediocri, voglia ei farle da stati popolari, gli conviene adattare le leggi a costoro.

Imperocchè dove supera il numero dei cittadini mediocri di sorte o ch’ei prevaglia ad ambe le parti, o ad una sola, qui, dico, si può fare uno stato durabile, perchè ei non ci è da temere, che li ricchi congiurati con li poveri vadino loro contra. Imperocchè non mai vorrà una di queste due parti servire all’altra, e s’e’ vorranno constituire un modo, che sia più comune, e’ non troveranno altro più di questo, perchè ei non vorranno già comandare scambievolmente, per poca fede che ha l’uno con l’altro. Oltra di questo in ogni luogo l’arbitrio è tenuto fedele. E arbitrio non è altro, che l’uomo di mezzo. E quanto meglio sarà temperato il governo, tanto verrà ad essere più durabile.

E qui errano assai di quei, che vogliono far gli stati ottimati, non tanto perchè e’ vogliono distribuire alli ricchi più negli onori, quanto che e’ vogliono escludere il popolo del governo. Chè il tempo dappoi mostra loro necessariamente che da questo fallace bene ne nasce un verissimo male, perchè la voglia dell’avere più, che è nella parte dei ricchi, rovina maggiormente lo stato, che non fa quella che è nella parte del popolo.