Pagina:Trattato di archeologia (Gentile).djvu/270

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
212 Arte romana.

per laghetti, bagni e piscine. Le derivavano da luoghi lontani per mezzo di grandi condotti sotterranei, oppure acquedotti ad arco, talvolta anche a più arcate sovrapposte; così le acque venivano portate sui punti più elevati della città. I canali mettevano capo a serbatoi (castella), dove le acque dividevansi poi per le fontane pubbliche e per le private. In vicinanza della città le arcate di un acquedotto erano talvolta usate a sostenere due ed anche tre canali, provenienti da luoghi diversi, e parte dell’acquedotto prendeva forma monumentale di arco di trionfo o di porta, come vedesi ancora a Porta Maggiore; erano opere gigantesche, delle quali gli antichi a ragione gloriavansi, affermando non esservene altre maggiori al mondo, ed oggi ancora colle loro rovine sembrano umiliare la civiltà moderna (cfr. Atl. cit., tav. XXXVIII).

Il primo acquedotto fu costrutto nell’anno 312 a. C. dal censore Appio Claudio Cieco, e prese nome di Aqua Appia. Seguì nell’anno 272 a. C. un altro, fatto incominciare dal censore M. Curio Dentato e finito da Fulvio Fiacco, che portava in Roma le acque dell’Aniene prendendole a Tivoli, e si trova designato col nome di Anio vetus, a distinzione dell'Anio novus, che è altra derivazione d’acqua da Tivoli, fatta ai tempi degli imperatori Caligola e Claudio.

Terzo fu quello dell'aqua Marcia, così detta dal nome di Q. Marcio Re, che nell’anno 146 a. C. fece costruire l’acquedotto; è questa fra tutte l’acqua più copiosa, più limpida e salubre: clarissima aquarum la dice Plinio, annoverandola fra i doni che gli Dei concessero a Roma. Altri acquedotti si costruirono di poi fino al numero di nove, che tanti ne conta Frontino, ingegnere dell’imperator Nerva, messo alla sopraintendenza delle acque, e