Pagina:Trionfo e Danza della Morte.djvu/52

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Corinti loro fa dire: Si mortui non resurgunt, manducemus et bibemus; cras enim moriemur1.

La religione Cristiana sublimò più d’ogni altra il pensiero della morte, col definire non essere vera vita la vita mortale, ma preparazione ad una eternità di premio o di pena. Per cosifatto dogma la morte del corpo è nulla rispetto a quella dell’anima, ma è transito, ossia ingresso ad una seconda vita di eterni gaudj pei giusti, di eterni tormenti pei reprobi: epperò in diversi cimiteri si dipinsero Adamo ed Eva autori del peccato, quindi della morte.

Questo importante pensiero del Dogma della Morte vedesi maestrevolmente figurato sulla facciata della Chiesa della Madonna della Neve a pochi passi da PISOGNE nella Valcamonica, ed appartenente già agli Agostiniani, paese sul lago d’Iseo, antico e rinomato per miniere e lavori di ferro, ed ove nel 1485 incominciarono quei processi giustificati solo dai tempi contro gli eretici, che nel 1515 mandavano al rogo ben sessantaquattro persone. La chiesa è conosciuta pei mirabili affreschi di Gerolamo Romanino, bresciano, competitore del Bonvicino detto il Moretto, franco nel pennelleggiare, bizzarro nelle composizioni, grandioso ne’ concetti. Essa è fregiata tanto internamente che esternamente da un solo lato.

La rappresentazione del DOGMA DELLA MORTE, che vedesi sulla facciata della chiesa, è divisa in due scene, o per meglio dire in due grandi scompartimenti oblunghi, de’ quali l’uno risguarda la vera vita, l’altro la vera morte. Ciascuna scena poi è divisa da colonnette in tre altri piccoli scompartimenti, comprendendo tutta la

  1. Vedi Petronio nel Trimalcione, dove sulle tavole fa girare e muovere uno scheletro d’argento, alla cui vista i commensali esclamano: Sic erimus cuncti, postquam nos auferet orcus. Ergo vivamus, dum licet esse bene. Notisi che bene significava per essi sensualmente. Questo costume derivò dall’Egitto, dove sulle tavole si faceva muovere uno scheletro di legno, indi si esclamava precisamente come nel Trimalcione: Tale diverrai dopo la morte. Erodoto, Euterpe, 1. 2. c. 78.