Pagina:Ultime lettere di Jacopo Ortis.djvu/86

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84 ultime lettere d’jacopo ortis.

beneficato tuo padre, e ch’io oggi nol ricompensi con gratitudine inaudita? Non gli presento in sacrificio il mio cuore che insanguina? Nessun mortale mi è creditore di generosità; — né io che pur sono, e tu ’l sai, ferocissimo giudice mio, posso incolparmi d’averti amata; — bensì l’esserti causa d’affanni è il più crudele delitto ch’io mai potessi commettere.

Ohimè! con chi parlo? e a che pro?

Se questa lettera ti trova ancora a’ miei colli, o Lorenzo, non la mostrare a Teresa. Non le parlare di me — se te ne chiede, dille ch’io vivo, ch’io vivo ancora — non le parlare insomma di me. Ma io te lo confesso: mi compiaccio delle mie infermità; io stesso palpo le mie ferite dove sono più mortali, e cerco d’esulcerarle, e le contemplo insanguinate — e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione alle mie colpe, e un breve refrigerio a’ dolori di quella innocente.

Firenze, 25 settembre.

In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre muse e le lettere. Dovunque io mi volga, trovo le case ove nacquero, e le pie zolle dove riposano que’ primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie. La Toscana è tuttaquanta una città continuata, e un giardino; il popolo naturalmente gentile; il cielo sereno; e l’aria piena di vita e di salute. Ma l’amico tuo non trova requie: spero sempre — domani, nel paese vicino — e il domani viene, ed eccomi di città in città, e mi pesa sempre più questo stato di esilio e di solitudine. — Neppure mi è conceduto di proseguire il mio viaggio: avea decretato di andare a Roma a prostrarmi su le reliquie della nostra grandezza. Mi negano il passaporto; quello già mandatomi da mia madre è per Milano: e qui, come s’io fossi venuto a congiurare, mi hanno circuito con mille interrogazioni: non avran torto; ma io risponderò domani, partendo. — Così noi tutti Italiani siamo fuorusciti e stranieri in Italia: e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo: e guai se t’attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio! Sbanditi appena dalle nostre porte, non troviamo chi ne raccolga. Spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini, i quali anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegl’Italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene: — dimmi, Lorenzo, quale asilo ci resta? Le nostre mèssi hanno arricchiti nostri dominatori; ma le nostre terre non somministrano né tugurj né pane a tanti Italiani che la rivoluzione ha balestrati fuori dal cielo natio, e che languenti di fame e di stanchezza hanno sempre all’orecchio il solo, il supremo consigliere dell’uomo destituto da tutta la natura, il delitto!