Pagina:Una sfida al Polo.djvu/183

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tempesta polare 177

me il volante, a voi il mauser. Se ci lasciano tranquilli non fate fuoco.

Ne hanno avuto abbastanza, credo, e noi abbiamo già dei delitti sulla coscienza.

— Uh!... Le botti di grascia pesano poco, — rispose lo studente, salendo a fianco del canadese.

Una lunghissima nota metallica lacerò l’aria satura di nevischio, propagandosi attraverso la pianura sulle ali del vento, ed il treno si slanciò impetuosamente innanzi, sul largo solco aperto dalle pale.

Con un balzo brusco sormontò lo strato di neve che si trovava all’estremità dello squarcio e si precipitò sulla pianura rumoreggiando e traballando.

La sirena continuava a urlare coprendo gli ululati del vento e rombando dentro le capanne ed i corridoi, con poco piacere certamente degli esquimesi, già sinistramente impressionati dalla voracità di quella bestia misteriosa.

Il treno descrisse un gran circolo intorno al villaggio, poi si arrestò dietro l’ultima capanna, mentre i due esploratori gridavano a piena gola:

— Dik!... Dik!... Saltate fuori!... —

Invece dell’ex-baleniere fu il capo che si mostrò, accompagnato dall’angekok.

Da dove erano sbucati? Nè il canadese, nè lo studente si occuparono di saperlo.

— Briccone!... — gridò il signor di Montcalm, abbandonando il volante per afferrare la rivoltella che aveva appesa allo scudo. — Cerchi di farci pagare ancora la tua ospitalità? Dov’è l’uomo bianco? Rispondi, o ti imbottisco di piombo.

— L’uomo bianco si calmi, — rispose Karalit, tutto umile. — Io non vengo più come nemico, bensì come amico.

— Che amicizia!... — esclamò Walter. — Fidatevi di que- 12. E. SALGARI ― Una Sfida al Polo.