Pagina:Una sfida al Polo.djvu/191

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tempesta polare 185


La vettura di rimorchio, spinta dallo slancio, la investì con un fragore spaventevole.

— Dik!... — gridò il canadese. — Che cosa è successo?

— Una cosa semplicissima, signore, — rispose l’ex-baleniere, colla sua calma abituale, chiudendo d’un colpo i freni. — Siamo in panne.

— È guastata la macchina?

— Non lo so.

— Eppure il motore funziona sempre.

— Buon segno.

— Arresta ed aspettiamo l’alba.

— È fatto.

— Ed ora ritiriamoci nel carrozzone e lasciamo che la burrasca passi, giacchè non si può più andare innanzi.

— E prepariamoci la cena che ieri sera ci è mancata, — disse Walter. — Il mio stomaco la reclama imperiosamente.

Non so se quello di Dik sia stato riempito di teste di foca o di grasso di balena. —

L’ex-baleniere masticò fra i denti qualche cosa, probabilmente una bestemmia, poi balzò a terra affondando nella neve fino quasi alla cintola.

— Una notte d’inferno, è vero, mastro Dik? — chiese lo studente.

— Uh!... Ne ho vedute ben altre nello stretto di Lancashir, — rispose il marinaio, alzando le spalle.

Tolse la sbarra al carrozzone ed entrò accendendo subito la stufa e la lampada.

Il canadese e lo studente, dopo d’aver sbarazzato le pelliccie dai ghiacciuoli, l’avevano seguito, mentre al di fuori la tempesta di neve si scatenava con violenza inaudita, ed in lontananza le grosse ondate della baia di Hudson muggivano più forte che mai, sfasciandosi contro la desolata costa.