Pagina:Una sfida al Polo.djvu/211

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i cacciatori della baia di hudson 205


— Questo è vero, anzi si dichiarava abbastanza soddisfatto di quella cucina veramente esquimese.

Andate pure a studiare, signor cuoco. —

Anche durante tutto quel giorno la tempesta non cessò di ruggire intorno al treno, nè la neve di cadere. Fortunatamente le raffiche si succedevano così violenti da disperdere rapidamente i grandi cumuli di nevischio che si formavano qua e là, diversamente il carrozzone sarebbe rimasto sepolto sotto uno strato di parecchi metri.

Solamente verso sera, nel momento in cui il sole, mostratosi per qualche minuto fra uno strappo delle nubi, «pallido come se avesse fatto una grave malattia» come diceva lo studente, il vento cominciò a cadere e la neve a sostare.

Un freddo intensissimo che superava i 35° era subito succeduto, trasformando la sterminata pianura in un immenso campo di ghiaccio tutto ondulato.

Alle 9 di sera non vi era più una nube in cielo e la luna splendeva meravigliosamente, facendo scintillare tutto lo spazio.

Era il momento di tentare qualche cosa per liberare il treno il quale poteva correre il grave pericolo di subire quelle terribili pressioni prodotte dal dilatarsi dei ghiacci e che schiacciano le navi più poderose come fossero nocciuole.

I tre esploratori, che avevano trascorsa quasi l’intera giornata sonnecchiando sui libri, invitati dal dolce russare della stufa, dopo essersi ben coperti, si armarono di picconi e di pale e sicuri ormai di non correre più alcun pericolo, saltarono sul campo di ghiaccio.

— Questo si chiama veramente freddo!... — esclamò Walter, fregandosi furiosamente il naso per paura che gelasse. — E non siamo ancora al polo!... Come fanno dunque gli esquimesi a resistere? È vero che sono prossimi parenti degli orsi bianchi!... —