Pagina:Una sfida al Polo.djvu/234

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228 capitolo xvii.


L’automobile correva velocissima senza scosse, senza soprassalti, poichè la pianura polare si presentava bellissima come una pista. Pochi hummok di quando in quando si mostravano, formati all’ultima tempesta di neve, ostacoli insignificanti che l’ex-baleniere evitava facilmente.

Bande di uccelli polari si alzavano dinanzi al treno, spaventati dal fragore del motore. Erano gabbiani venuti dalla vicina baia di Hudson, borgomastri, piccoli plectrophanes nivales eternamente pigolanti, e graziosissimi auk, uccelli che vivono in stormi immensi e che gli esquimesi prendono in gran numero servendosi d’una rete simile a quella usata dai nostri ragazzi per impadronirsi delle farfalle.

Anche la piccola selvaggina si levava, scappando con rapidità fulminea e cacciandosi sotto gli hummok.

Ora era una magnifica martora, di quelle chiamate dai cacciatori della Compagnia di Pelliccie charsa, lunga un mezzo metro, con una coda di quaranta e più centimetri, col pelame giallo-brillante; talvolta invece era una coppia di linci polari che balzava fuori dalla neve e che s’allontanava soffiando rabbiosamente e scuotendo i due bizzarri pennacchi biancastri che adornano i loro orecchi.

Walter non mancava, di quando in quando, di sparare qualche colpo di fucile, ma la rapidità dell’automobile non gli permetteva di mandare le palle a giusta destinazione.

Due ore prima del tramonto, il treno, sempre lanciato a grande velocità, raggiungeva il North Lined, uno dei più bei laghi dell’alta terra hudsoniana, popolato sempre da stormi immensi di cigni trombettanti dalla mattina alla sera, ritrovo preferito dei cacciatori canadesi durante la stagione estiva, ma in quel momento assolutamente privo persino d’esquimesi.

Due colpi di fucile sparati dallo studente assicurarono una copiosa cena di carne eccellente e ben grassa.