Pagina:Una sfida al Polo.djvu/272

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266 capitolo xxi.

tutte gambe, abbandonando perfino le foche che avevano pescate sull’orlo dei crepacci e che stavano divorando.

La traversata, dal sud al nord, del canale del Reggente, non richiese più di quattro ore, poichè avendo trovato il pak quasi liscio, il canadese aveva ordinato a Dik di spingere la velocità dell’automobile a ottanta chilometri all’ora.

Già le coste meridionali della grande isola di Devon cominciavano a delinearsi, quando l’immenso pak sul quale l’automobile correva sfrenatamente, tutto d’un tratto comincio a vibrare in maniera strana ed a mugghiare come se un immenso armento di bisonti stesse in quel momento attraversandolo.

— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò lo studente, assai impressionato da quei fragori che aumentavano di momento in momento d’intensità. — Sta per scatenarsi qualche spaventevole bufera? Eppure il cielo e sgombro di nubi e di nebbia.

— Sono le pressioni, — rispose il canadese, mentre Dik rallentava subito la corsa.

— Prodotte da che cosa?

— Da un salto improvviso del freddo. Il ghiaccio in questo momento aumenta il suo spessore, e non trovando più posto, il nuovo si accapiglia col vecchio tentando di sfondarlo.

All’Università di Cambridge vi avranno già insegnato che quando l’acqua gela aumenta considerevolmente il suo volume.

— Mi pare, — rispose lo studente, sorridendo. — E che cosa succederà ora?

— Una cosa gravissima, mio caro Walter, — disse il canadese, il quale appariva assai preoccupato. — Queste pressioni schiacciano le più solide navi come se fossero delle semplici nocciuole e sono le nemiche più temute dai navigatori artici.