Pagina:Una sfida al Polo.djvu/91

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i traditori 85

geva a grandi raffiche dalle immense pianure dell’Ontario, spazzava, sibilando sinistramente, le vie della città ormai già deserte.

Dik Mac Leod sedeva al volante; dietro di lui, ben avvolti in ampi gabbani di grosso feltro, stavano il signor di Montcalm e Walter, l’allegro studente bocciato.

Nella vettura a rimorchio, ben chiusa e tutta oscura, non vi era nessuno.

— Buon viaggio, padrone!... — disse il gigantesco portiere, alzando la lanterna e spalancando i cancelli. — Che Dio vi assista in così grande e così pericolosa impresa.

— Addio, mio buon Perrot, — rispose, con voce un po’ commossa, il signor di Montcalm. — Se gli orsi bianchi non ci divoreranno, prima di due mesi noi saremo di ritorno.

Ti manderò notizie dal forte Severn e da quello di Churchill, se non avrai premura. —

Poi alzando un po’ la voce disse allo chaffeur, che si era ben accomodato dietro allo scudo d’acciaio tutto ricoperto di hickory, perchè le sue gambe non avessero nessun contatto col metallo:

— All’ufficio telegrafico, prima di tutto.

— Bene, signore, — rispose l’ex-baleniere.

L’automobile infilò la larga via, rumoreggiando e brontolando, e spazzando dinanzi a sè la neve che si era già accumulate in alti strati.

Attraversò alcuni corsi a velocità moderata, qualche piazza, poi si fermò dinanzi all’imponente ufficio telegrafico, illuminato come in pieno giorno da una moltitudine di lampade elettriche.

Il canadese balzò a terra scuotendosi di dosso la neve, fece segno a Walter di seguirlo ed entrò dirigendosi verso uno sportello dietro cui sonnecchiava un impiegato.