Pagina:Vasco - Della moneta, 1788.djvu/128

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sponde alla più piccola moneta, di cui s’abbisogni nel commercio interno, e coniato quel pezzo il chiamerei denaro. Un pezzo di rame della medesima qualità, e di peso decuplo lo chiamerei soldo. Un pezzo d’argento, il cui valore compresa la spesa della monetazione corrisponda al valore di dieci soldi effettivi, lo chiamerei lira. Un pezzo d’argento equivalente in peso a dieci lire, lo chiamerei scudo. Sarebbe in tal guisa ridotta tutta l’aritmetica a quattro colonne di scudi, lire, soldi e denari rappresentanti da destra a sinistra decupli valori, e niuno non vede quanto diverrebbe più semplice e più facile alle persone più idiote l’arte del calcolo. Sembra questo un vantaggio degno di grandissima considerazione. Per comodo del commercio farei delle monete rappresentanti varie divisioni per esempio dei mezzi e dei quarti di scudi e lire, e delle monete da due, da tre, da quattro ec. denari come meglio sembrasse. Farei finalmente delle monete d’oro equivalenti a due, tre, quattro ec. scudi d’argento, e se fossi tentato a far pompa di grosse monete, farei una doppia d’oro equivalente a dieci scudi, e aggiungerei una quinta colonna avente nome proprio di doppie, ai calcoli di grosse somme. Abbiamo un esempio di una simile progressione in Roma, ove lo scudo vale dieci paoli,


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