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96 Don Candeloro e C.i

sapore del frutto proibito, un’attrattiva insolita, la freschezza e la grazia di un primo palpito: — Lettere, mazzolini di fiori, incontri semifortuiti al Pincio, ogni fanciullaggine, in una parola. Ei ripeteva, supplice, come un eroe della scena: — Un’ora!... e poi morire!...

— No! — rispose ella alfine. — No! Vivere e amar!

Amor, sublime palpito!... Il fatto è che ne fu presa anche lei stavolta, allo stesso modo che aveva fatto ammattire tanti altri. — Ma presa, là, come si dice, pei capelli. Così il fortunato giovane ascese furtivo all’ambito talamo del geloso prence. Gli schiuse l’Eden lei stessa, tremante, a piedi nudi — i divini piedi cantati in prosa e in versi! — Bibì, che a sentirlo era un leone indomito, tremava anche lui come una foglia. E se lo prese, lei, trionfante per la prima volta! — Come sei timido, fanciullo mio!

Tanto che Sua Altezza, seccato alfine da quelle fanciullaggini, degnò aprire un occhio, e li scacciò dall’Eden. Che importa? Il mondo non era seminato di teatri e di mecenati che portavano in palma di mano lei e Bibì? Soltanto, come i principi son rari, e i mecenati vogliono sapere dove vanno a finire i loro denari, i due amanti fecero le cose con mag-