Pagina:Verga - Don Candeloro e C., 1894.djvu/157

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

L’opera del Divino Amore 149

una volta don Matteo Curcio, non per indiscrezione, ma per saper dire il fatto suo a tempo e luogo colle antiche penitenti, se mai, lo fermò per via, e volle cacciare il naso sotto il tovagliuolo che copriva il canestro.

— Caspita, don Raffaele! Dev’esser festa solenne anche per voi, con tante mance che vi daranno i liguorini!

Il sagrestano gli rispose con un’occhiataccia.

— Mance, eh?... Neanche uno sputo in faccia, vossignoria!... Retribuere Domine, bona facientibus, che non costa niente....

Figuriamoci Bellonia, che aveva fatto la spesa dei liguorini, e credeva di averli tutti per sè! Villana senza educazione com’era, si diede a insolentire questa e quell’altra. — Suor Celestina che stava al confessionale mezze giornate intere. — Suor Maria Concetta che s’accaparrava padre Amore. — Suor Celestina che basiva dinanzi a padre Cicero. — La gelosia del monastero insomma, Dio ne scampi e liberi. La madre abbadessa allora fece atto d’autorità, per metter freno allo scandalo. Niente liguorini. Niente confessori straordinari. Chi voleva ricorrere al Tribunale della Penitenza c’era don Matteo Cur-