Pagina:Verga - Eros, 1884.djvu/260

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sima società, erano state amiche, sapevano vivere abbastanza per non dar spettacolo dei loro intimi sentimenti ai curiosi, agli invidiosi, alla folla e per stringersi la mano, sin dalla prima volta col più grazioso sorriso. Velleda e Alberto s’incontrarono, si salutarono, si rivolsero la parola al modo istesso, colla medesima disinvoltura. Ella disse che avevano finito come avevano incominciato — e realmente non era malcontenta che avessero finito a quel modo.

Le due amiche e rivali dimoravano nello stesso albergo, al medesimo piano, uscio contro uscio, si vedevano sovente, s’incontravano tutti i giorni alla mdesima passeggiata e agli stessi ritrovi. Una sera che da Pancaldi avevano organizzato in parecchi una gran cena, alla quale Adele aveva brillato più del solito, e la principessa era stata più del solito uggita, mentre l’allegra comitiva usciva in massa a fare una passeggiata al chiaro di luna, Velleda senza saper come, s’era trovata l’ultima vicina e ad Alberti; gli rivolse una occhiata singolare, e quindi gli disse mettendoglisi risolutamente al lato:

— Alla fin fine.... davvero.... perchè non mi dareste il braccio?

E avevano incominciato a discorrere di questo e di quello; poi nel separarsi ella gli avea detto con quel medesimo tono:

— Vedete che noi si sta meglio in questo modo.... che in quell’altro.

E da quel giorno s’era messa a far la corte ad Alberto.