Pagina:Verga - Eros, 1884.djvu/287

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stamente inclinando il capo con sommesso mormorío. La carrozza oltrepassò il cancello; poco dopo il marchese appoggiò il viso al cristallo per vedere una fontana che cadeva in rovina. La carrozza svoltò pel viale e si fermò.

— Diggià! mormorò Alberto.

Nessuno era corso ad aprire lo sportello, ei balzò a terra. La villa sembrava disabitata, tutte le finestre erano chiuse, i rami erano sfrondati, e la pioggia cadeva lenta e monotona. Il campanello che si era udito per l’erta tornò ad udirsi. Alberto bussò risolutamente.

Un domestico sconosciuto venne ad aprirgli e gli domandò cosa volesse, come se fosse un estraneo: però il marchese spinse il servitore per le spalle con un far da padrone che non lasciava alcun dubbio ed andò difilato alle stanze di Adele. Prima ancora di giungervi sentivasi un forte e singolare odore, l’uscio era socchiuso, e non si udiva nè parlare, nè muoversi nella stanza. Alberto aprì esitante, e si arrestò sulla soglia.

La camera era quasi buia; di faccia all’uscio ardevano due candele su di un tavolino coperto da una tovaglia bianca; dall’altro lato c’era il letto che sembrava vuoto, difeso dalla scarsa luce per mezzo di una ventola. Sotto le coperte modellavasi vagamente una forma indecisa, e sul guanciale, appena depresso, spiccavano due folte treccie nere, che inquadravano un viso più bianco della batista sulla quale adagiavasi; gli occhi, su quel viso bianco e sparuto, sembravano due enormi cerchi oscuri, che facevano un effetto affascinante. Su di una