Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/19

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milton e galileo 5

50Se non vieni, dicea, d’atroce riso
L’onta a versar sul mio capo cadente,
Già percosso dal folgore, chi sei
Che volger osi lusinghier saluto
Al mortal che gli oracoli di Roma
55Hanno diviso da’ viventi? Il guardo
Esplorator de’ tuoi passi paventa,
L’erma sede paventa e la mia notte
Ch’è sì splendida altrui. Lunga è la mano
Che m’ha prostrato: valica le nubi;
60E fin tra gli astri il peccatore abbranca.”

     “Di Roma il minaccioso occhio paventi,
L’altro riprese, l’infelice volgo
Che superstizïon schiavo trascina
Per questa lieta di montagne e d’acque
65Vasta prigione italica, non io.
Me di liberi spirti austera madre
Inghilterra nudrì: Milton mi chiama
La patria mia. Furor d’illustre alloro
Dall’età prima mi divora. In sogno
70A me spesso venîan l’ombre de’ vati
E mi dicean: del glorïoso monte,
Figlio, dispera guadagnar le cime,
Se la terra gentil, che di Marone
E di Torquato il divo ingegno accese,
75Pria non saluti. L’Oceàn varcai,
Vidi Liguria e dell’Olona il piano: