Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/18

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4 milton e galileo


     Maria si mosse e di legger rossore
Le guance aspersa, “Giovane, dicea,
Chi t’ha scorto quassù? Che cerchi incauto?
25Conosci il loco?” E tacita guatava.
Non d’italo garzon era il sembiante,
Quali abbruniti dalla lunga estate
Del Po i figli veggiam, d’Arno e di Tebro;
Non timido l’incesso, e sospettoso
30Dello sguardo il piegar, qual d’uom già domo
All’ignominia del servir. Nel cenno
Della fronte superbo e nella franca
Sicurtà dell’andar riconosciuto
Immantinente d’Albïone avresti
35Libero alunno. Le distese chiome
Fluttuavano in onda di giacinti
Sull’omero viril: candido il volto
Nobilmente severo, e come il cielo
Azzurreggiante la pupilla e mista
40Di profondi splendori. “Al pellegrino,
Prorompea lo straniero, Iddio le porte
Del suo tempio non serra: abita Iddio
In queste mura. Che baciar la falda
Del sacro manto al suo Veggente io possa,
45E la parola udir che rivelata
Ha la gloria de’ cieli.” In piè rizzossi,
Come atterrito, Galileo; la mano
Incontro al suon distese e, “Se non vieni
Della vista a gioir di mie sventure;