Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/255

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le nozze di tetide e peleo. 241


     Perocchè qual del Tauro in sulle cime
Quercia che il capo a’ venti agiti altera,
O resinoso larice sublime
140Divelto dall’indomita bufera
Cade all’ingiuso e ruinando opprime
L’ampia foresta; la biforme fera
Cotal cadeva rovesciata al piano,
144L’aure ferendo colle corna invano.

     Doma cadea dalle robuste braccia
Dell’invitto Tesèo, che senza offesa
Di nobile sudor sparso la faccia
148Il piede ritraea dall’alta impresa.
Del labirinto per la cieca traccia
Con un filo reggea l’orma sospesa;
Con un candido fil, sicura aita
152De’ curvi calli a ritrovar l’uscita.

     Ma dove erro lontan dal mio subbietto?
Che più dir deggio? Come la donzella
Involossi del padre al dolce aspetto
156Ed alla compagnia della sorella?
Come lasciò nel desolato tetto
La madre, che piangendo invan l’appella?
Forse dirò come a sì sante cose
160Il soave di Teseo amor prepose?