Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/27

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milton e galileo 13

Nè di Gesù l’intemerata sposa
270Scesa fosse a tenzon d’ostro terreno!
Piansero i cieli, e gemiti mandaro
L’urne de’ Santi il dì che, il pastorale
Giunto alla spada, in Vatican si assise
Supremo regnator l’uom che de’ servi
275Servo si chiama. Allor dal tempio in bando
Le virtù se n’andâr che fean la stola
Venerabile al mondo. Allor d’imperi
E di porpore e d’oro una superba
Febbre i cori riarse: empio mercato
280Di mendaci dispense e di perdoni
Entro il tempio s’aprì: la terra accorse
Credula, e l’oro al poverel negato
Cesse all’altar, perchè più sontuosi
Ondeggiassero i manti al sacerdote,
285E di fuggenti colonnati e d’aule,
Come il deserto, paurose, avvolti
Fossero al molle Archimandrita i sonni.
Te grande, augusto ed all’afflitta Italia
D’aurei tempi dator chiaman, Leone,
290I leggeri nepoti. Stupefatto
Lo stranier leva gli occhi all’ardue moli
Che co’ tributi dell’illuso mondo
II tuo genio ponea; nè da que’ marmi
Vede il sangue gocciar, che Reno ed Elba
295Fe per lunga stagion correr vermigli.
Dalla tua man condotte al nido antico