Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/285

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il sogno. 271


     Una lira, lavor raro dell’arte,
Tutta d’oro e testuggine contesta
57Portava appesa alla sinistra parte.

     Come innanzi mi fu, trasse da questa
Lento un preludio e sciolse all’aure un canto
60Onde anco la dolcezza in cor mi resta.

     Poi che le corde seguitaro alquanto
L’inno celeste, il roseo labbro ei schiuse
63In questi detti a me nunzî di pianto:

     «Salve, amore de’ numi; chè le Muse
E Bacco e Febo arridono al cantore
66In cui candide voglie il cielo infuse.

     Ma la prole di Semele e le Suore
Abitatrici dell’ascrea pendice
69Dell’avvenir non leggono il tenore.

     Antiveder gli eventi a me sol lice;
È di Giove mio padre inclito dono
72Se soltanto il mio labbro il ver predice.

     De’ detti miei non mai fallaci il suono
Odi, o poeta; e ti riponi in seno
75Quanto io nume di Cinto ti ragiono.