Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/331

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cefalo e procri. 317


     Stanza gradita a Cefalo
Che, cani e cacciatori
Lasciando altrove, assidersi
20Ivi godea sui fiori.

     E «Vieni, o mobil Aura,
Solea cantar sovente,
Ninfa cortese, a molcere
24Vieni il mio petto ardente.»

     Del malaccorto Cefalo
I detti alcun raccoglie,
E li riporta al credulo
28Orecchio della moglie.

     Di subito alla misera
Irte si fer le chiome
Chè nome di un’adultera
32Di Aura le parve il nome;

     E impallidì qual sogliono
A terra impallidite
Cader d’autunno al termine
36Le foglie della vite.

     Poi come dal delirio
La misera si scosse,
Stracciò le molli porpore,
40II petto si percosse.