Pagina:Versi di Giacomo Zanella.djvu/372

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358 dora.

200Lo benedica, nè provar gli lasci
Il millesmo de’ guai, per cui passaro
Gl’infelici miei giorni. Alla parete
Poi si rivolse e giacque. O sventurata
Derelitta ch’io son! Ma tu, signore,
205Non negar ch’io riprenda il mio fanciullo,
Perchè duro di cor teco non cresca
E odiar del padre la memoria impari.
Dora ripiglia, e vada il rimanente,
Come sinora alla fortuna piacque.”

     210Così Maria diceva, e Dora il volto
Dietro le spalle di Maria celava.
Alto silenzio possedea la stanza,
Allorchè dal suo seggio all’improvviso
Prorompea singhiozzando il vecchio Allano:
215“Io son l’iniquo; è mia la colpa: il reo
Son io, che merto ogni castigo: io sono
Che uccisi il poveretto, e pur l’amava
Guglielmo, il figliuol mio! Che Dio perdoni
Al mio grande peccato; e voi, mie figlie
220Datemi un bacio.” Allor le donne al collo
S’avvinghiaron del vecchio e lo baciaro
Intenerite e ribaciaro. Il core
Dilanïato da’ rimorsi avea,
E l’assalia con rinascente fiamma
225L’antico amore. Singhiozzò gran tempo